Un tuffo nel mare: cambiamento e destabilizzazione

Pubblicato il 24 marzo, 2020  / Psicologia e dintorni
Un tuffo nel mare: cambiamento e destabilizzazione

Nel viaggio della vita si riscontrano, inevitabilmente, momenti di transizione e cambiamento più o meno ricercati e positivi. Molte persone cominciano un percorso psicoterapeutico proprio perché si scontrano con sensazioni emotive faticose e sgradevoli a seguito del realizzarsi di desideri importanti. La nascita di un figlio, una casa nuova, un lavoro più gratificante, l’inizio di una relazione e molti altri eventi di vita catalogabili come successi possono portare alcune persone ad un senso di profonda destabilizzazione e sofferenza, che può venire percepita sia emotivamente con paure, ansia, vissuti depressivi ecc., sia trasferita sul canale corporeo attraverso il meccanismo della somatizzazione con sintomi a carico di svariati organi (sistema cardiocircolatorio, muscoloscheletrico, endocrino, immunitario, gastroenterico ecc.).

Ecco quindi che anziché godere di una fase di realizzazione ci si può ritrovare a sentire nuove tensioni e pensieri faticosi.  Proviamo ora a comprendere insieme il perché.

Quali sono le caratteristiche di personalità di un soggetto che fatica ad adattarsi ad una nuova situazione, per quanto desiderata?

Andiamo per gradi. E’ utile innanzitutto introdurre il concetto di Stile di Vita descritto da Alfred Adler, che racconta di come ogni individuo strutturi la propria personalità attorno ad una meta personale. Tutti i comportamenti ed i vissuti emotivi di un soggetto seguono una linea guida, in gran parte inconscia, ed ogni singolo elemento può essere compreso come simbolo dell’insieme. Nella psiche umana è dunque presente una direzione, che viene data da un’organizzazione che chiameremo appunto Stile di Vita.

Ogni fenomeno che una persona produce contiene in sé le tracce di questa struttura, già presente nel passato, che si riscontra nel presente e ci permette di ipotizzare dove andrà in futuro.

Nel caso in cui, durante l’infanzia, si sia sviluppato un Senso di inferiorità (sia dovuto a una reale patologia fisica, sia ad un’educazione viziante o trascurante), la persona tenterà di mettere in atto delle strategie per compensarla. Può dunque risultare aggressivo o proporre atteggiamenti negativi che lo portano ad ottenere dei vantaggi secondari, primo tra tutti l’interesse e l’attenzione degli altri. Il sentimento di inferiorità porta la persona a fuggire da qualsiasi temuta umiliazione e diventa sempre più rigido nel seguire una linea guida che, alla stregua di una pesante armatura, la protegge dal mondo ma al tempo stesso limita i movimenti.

L’insicurezza conduce al timore di ciò che è nuovo, delle decisioni e delle prove, perché causa estrema sfiducia in se stessi.

Per tale ragione la persona si incatena inconsapevolmente alle proprie linee guida e si preclude talvolta la possibilità di accedere alla soluzione dei compiti vitali (lavoro, relazioni, famiglia). A causa dell’insicurezza le prospettive vengono fissate in un futuro lontano, di cui il presente è solo una preparazione. Ciò porta la persona a fantasticare su future mete idealizzate, discostandosi dal mondo reale.

Ecco che insorgono dubbi ed esitazioni per evitare qualsiasi decisione. Ci si pone di fronte alle situazioni opponendovisi anziché accettando il cambiamento, e ciò rende l’adattamento faticoso.

Cosa accade dunque nel momento in cui l'individuo che ho descritto riesce a mettersi in gioco quanto basta per raggiungere l’obiettivo al tempo stesso desiderato e temuto, nonostante le sue insicurezze?

Ecco che si instaura una situazione di pressante conflitto tra desiderio e paura. Avviene un crollo delle difese rigide che prima gli impedivano di vedere la realtà delle cose. Il timore della svalutazione della propria personalità a causa del possibile fallimento a cui si sta esponendo provandoci è molto forte e doloroso. E’ come se fosse venuto meno il rifugio e la difesa dal risveglio del suo senso di inferiorità, già sperimentato dolorosamente nell’infanzia ed ora riattivato.

Situazioni relazionali come, appunto, il matrimonio, la nascita di un figlio o un nuovo lavoro sono eventi per i quali la persona insicura non si sente adeguatamente preparata e percepisce il pericolo di venire sconfitto. Ecco allora l’insorgere di misure difensive sempre più intense (i sintomi).

Tali sintomi non sono da leggere come una mancanza di forza e volontà ma rappresentano il desiderio di evolvere e cambiare, ed hanno ragion d’essere, perché nascondono ma al tempo stesso mostrano il conflitto emotivo in atto. In essi risiede dunque la possibilità di procedere in avanti.

Noi tutti possediamo delle linee guida da seguire che ci orientano nel mondo, la differenza sta nel grado di flessibilità, che quando scarseggia non permette di abbandonare i propri schemi quando non si armonizzano più con la realtà. Nel momento di cambiamento la persona passa dunque da una situazione di estrema prudenza, che lo protegge dal mondo, ad una messa in gioco che lo porta a dubitare dell’adeguatezza del suo Sé.

Quindi in questo caso, paradossalmente, il “sentirsi peggio” è indicatore di un momento evolutivo e di crescita. Usando un’immagine molto intuitiva, potremmo paragonare la persona insicura ad un pesce che vive da sempre nella sua boccia di vetro. La cautela eccessiva lo tutela dal buttarsi in mare e la sua autolimitazione lo allontana dai reali pericoli.

I meccanismi nevrotici impongono al soggetto delle mete alte (come “devo essere perfetto”, “devo essere sempre forte”) come compensazione del senso di inferiorità, che poi risultano essere troppo distanti dalla realtà, la quale fornisce feedback negativi a cui non ci si riesce ad adattare. Da qui deriva l’eccessiva cautela che induce a non tentare, a porsi lontano dai compiti vitali per proteggersi dagli insuccessi, a chiudersi nella “boccia”.

Arriva il giorno in cui il “pesciolino” in questione decide di provarci.

Ha trovato sufficiente fiducia in sé e/o un’occasione propizia che lo induce a fare il salto. 

Ecco che si ritrova nel mare, tanto agognato quanto temuto. In questa fase deve fare i conti con il cambiamento e la capacità di adattarsi ad esso. Egli è costretto dunque ad abbandonare rigidità e finzioni che lo rendono adatto a vivere nella boccia, ma che non sono più funzionali nella vita in mare aperto. Egli si trova a fare i conti con le proprie vulnerabilità, dalle quali prima era protetto. Ma ora è finalmente libero. Si aprono mille, nuove, inquietanti e meravigliose possibilità.

A questo punto… che fare?

In questo percorso di crescita personale il ruolo dello psicoterapeuta è fondamentale per fornire un supporto ed un accompagnamento nella conoscenza di Sé e nella consapevolizzazione delle proprie dinamiche interiori, che condurrà al cambiamento di atteggiamenti e comportamenti non più funzionali.

Per potersi sentire a casa nella nuova realtà, abbandonando l’armatura che protegge ma al tempo stesso limita i movimenti, il lavoro da fare su di sé va nella direzione di una maggiore elasticità psichica, nell’abbandonare le rigidità e il dogmatismo che imponevano obiettivi troppo alti e dunque irraggiungibili, nel cominciare a credere al “vado bene così”, nel coltivare la fiducia in se stessi gratificandosi e trovando in Sé, negli altri e nelle situazioni i lati positivi.

E’ importante che in ogni momento, anche quando si vive un disagio, si entri in contatto con se stessi domandandosi “che cosa, ora, potrebbe farmi stare bene?” e mettersi nelle condizioni più confortevoli per sé, anche quando non tutto è perfetto.

Per concludere, è importante sottolineare come, in questo processo, entri in gioco l’importante concetto di Sentimento Sociale, che Adler descrive come l’impossibilità di definire l’uomo al di fuori del contesto comunitario in cui è inserito. Per poter risolvere i problemi ed assolvere ai compiti vitali, la persona ha imprescindibilmente bisogno di attingere a forme di cooperazione, che si sono strutturate a partire dalla relazione madre-bambino e nelle successive relazioni familiari e sociali.

Durante un percorso psicoterapeutico si può dunque coltivare l’empatia e fare fronte alle carenze che hanno portato un individuo ad operare secondo una sua “logica privata”, per aiutarlo a ritornare sul lato utile della vita.