Autolesionismo: farsi male per bloccare il dolore interiore

Pubblicato il 8 settembre, 2021  / Psicologia e dintorni
autolesionismo


Cos’è l’autolesionismo? Caratteristiche e cause

L’autolesionismo è stato definito dall’International Society for the Study of Self Injury come un “danno deliberato e autoinflitto al proprio corpo senza intento suicidario e per scopi non socialmente accettati”. L’autolesionista è chi danneggia il proprio corpo e ricerca del dolore fisico, compiendo gesti come tagliarsi la pelle con un coltello, marchiarsi con oggetti roventi o infliggersi ustioni, lividi e ferite.

Questi soggetti cercano di trasformare in dolore fisico una sofferenza interiore intollerabile, utilizzando l’autolesionismo come mezzo di regolazione emozionale. Le funzioni dell’autolesionismo per chi compie tali gesti possono essere:

  • strategia di coping, per scaricare lo stress deviando l’attenzione da un disagio emozionale non gestibile a un piano fisico;

  • mezzo per comunicare agli altri il proprio stato, attirare la loro attenzione, chiedere aiuto, palesando la sofferenza con cicatrici e ferite;

  • punizione autoinflitta per i propri sensi di colpa.

Il DSM-5 definisce l’autolesionismo non suicidario come una serie di atti intenzionalmente autolesivi nei confronti del proprio corpo, condotti per almeno 5 giorni nell’ultimo anno. Per la diagnosi, il comportamento deve essere preceduto da aspettative di sollievo e risoluzione dei problemi, e deve associarsi a difficoltà interpersonali, preoccupazione o pensieri frequenti riguardo al gesto. Inoltre, deve provocare disagio significativo.

Vengono inclusi nel concetto di auto-danneggiamento intenzionale:

  • le condotte di auto-danno come l’abuso di sostanze stupefacenti, il gioco patologico e la sessualità promiscua;

  • l’auto-avvelenamento, come l’ingestione di sostanze tossiche e l’overdose di droghe;

  • le condotte autolesive, come tagliarsi.

L’autolesionismo colpisce il 15-20% di adolescenti e giovani adulti, con esordio intorno ai 13 anni, e il 6% della popolazione adulta. L’incidenza risulta più elevata in soggetti psichiatrici, in particolare affetti da disturbi dell’umore, d’ansia, del comportamento alimentare e nei casi di alti livelli di disregolazione emotiva (Klonsky, 2003; Andover et al., 2005). Secondo i criteri del DSM-IV (APA, 2000) i comportamenti autolesionistici rappresentano uno dei criteri identificativi del Disturbo Borderline di Personalità.
 

Tipi e livelli di autolesionismo

Si definiscono 3 tipi di autolesionismo (Favazza, 1993):

  1. autolesionismo maggiore, caratterizzato in un gesto isolato ma grave e permanente, spesso compiuto in stati severi di psicosi o intossicazione;

  2. autolesionismo stereotipico, che consiste in un gesto ripetuto ritmicamente, come battere la testa, e si associa a ritardo mentale, autismo e sindrome di Tourette;

  3. autolesionismo moderato o superficiale, in cui il gesto ha un significato simbolico ed il danno non è grave per la salute, come nel caso di tagli e bruciature.

Il grado di autolesionismo moderato o superficiale si può categorizzare in 3 livelli:

  1. autolesionismo moderato compulsivo, che è una condotta quotidiana incontrollabile, come strapparsi peli e capelli o mangiarsi le unghie;

  2. autolesionismo moderato episodico: il comportamento autolesivo è orientato a riprendere controllo, come colpirsi o bruciarsi;

  3. autolesionismo moderato ripetitivo: il gesto autolesivo diventa una dipendenza e può arrivare a essere per l’individuo una parte della sua identità, come tagliarsi.
     

Come affrontare il problema

Sebbene non ci sia un’intenzione suicidaria, secondo una ricerca di Klonsky del 2013, i comportamenti autolesivi sono maggiormente correlati a storie di tentati suicidi, più di qualsiasi altro fattore di rischio per il suicidio. Perciò è fondamentale affrontare l’autolesionismo con i trattamenti adeguati.

La psicoterapia risulta efficace, in quanto riduce e previene i sintomi e migliora le abilità di regolazione emotiva. Un trattamento diffuso in caso di pazienti con disturbo borderline di personalità e autolesionismo è la Dialectical Behavioral Therapy (DBT), ideata da Marsha Linehan nel 1993, che si basa sullo sviluppo di accettazione insieme al cambiamento e alla ristrutturazione cognitiva.

Nella terapia dei punti fondamentali sono:

  • l’intervento sulle emozioni positive che, coltivate, creano una protezione dalle difficoltà;

  • la cooperatività della relazione terapeutica, con la costruzione di un linguaggio emotivo comune tra paziente e terapeuta, che diminuisca le emozioni negative alla base della patologia e faciliti lo sviluppo di strategie di coping.


Consigli per i genitori

Ecco alcuni consigli per i genitori di ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesivi:

  • stare attenti ad ogni cambiamento emotivo e a non sottovalutare nessun segnale;

  • invitarli a scrivere un messaggio o una lettera può essere utile: i ragazzi spesso non riescono ad esprimersi con le parole;

  • la paura di essere scoperti è grande, così come la vergogna: far sentire loro che i genitori comprendono il loro sfogo e che li accettano è un buon freno al timore del giudizio altrui e della non-approvazione;

  • il ragazzo, nonostante la vergogna e i sensi di colpa, non riesce ad evitare il gesto, ed ogni cicatrice è una sconfitta e una frustrazione: ciò di cui ha bisogno è una mano a cui aggrapparsi, una persona che lo contenga, piuttosto che ricevere disprezzo e critiche.